Slider Terremoti — 01 novembre 2016

X chi vuol dare colpa ai pozzi di petrolio… Il ricercatore Luca Longo ha avviato una serie di approfondimenti tecnici sulle materie oggetto del referendum che si terrà il 17 aprile. Ogni giorno sta affrontando un tema specifico, mettendo in rilievo contraddizioni e propagande di promotori e sostenitori della consultazione.

Il fracking provoca terremoti. Il terremoto del 2012 in Emilia è stato provocato dalle estrazioni petrolifere.

Per comprendere le basi di complessi fenomeni naturali non occorrono specializzazioni sofisticate ma è sufficiente un po’ di buon senso e le basilari nozioni di fisica e di geologia che vengono ancora insegnate alle medie inferiori. Cerchiamo di capire il fracking e le energie coinvolte.

Prima di tutto vediamo cos’è la idrofratturazione idraulica (fracking). Fino a pochi anni fa, esistevano giacimenti considerati inutilizzabili perché gli idrocarburi erano imprigionati in strati scistosi e, anche raggiungendoli con le trivelle, non era possibile estrarli se non nelle immediate adiacenze del foro. Per questo, nel 1947, è stato inventato il fracking, anche se ha cominciato ad essere impiegato diffusamente, soprattutto negli USA, dal 2011. Si tratta del pompaggio di acqua e una piccolissima percentuale di additivi chimici ad alta pressione (al massimo 1000 atmosfere) nel pozzo di perforazione. Lo scopo è quello di creare una frattura nello strato roccioso e liberare così il petrolio o il gas imprigionati nelle rocce scistose che fungono da serbatoio per poterlo così pompare fuori. Questi idrocarburi vengono chiamati “idrocarburi di scisto”: shale oil e shale gas.

Ora un minimo di geologia. Solo un minimo, promesso. La crosta terrestre è costituita da una serie di sottili isole di roccia, le zolle. Queste sono spesse 5-10 km ma vaste come continenti e galleggiano su un mare profondo migliaia di km costituito da roccia a temperatura talmente alta da risultare liquida: il mantello. I movimenti convettivi all’interno del mantello muovono le zolle trascinandole a volte l’una verso l’altra e provocando la formazione di montagne prodotte dallo scontro (ad esempio, la catena dell’Himalaya è originata dallo scontro della zolla indiana che sta andando a sbattere contro la zolla asiatica) a volte allontanandole fra di loro (come succede negli Oceani Pacifico e Atlantico che si stanno allargando progressivamente allontanando fra loro i continenti che li delimitano). Alcune zolle non si avvicinano o si allontanano ma si limitano a scorrere una a fianco dell’altra, lungo le cosiddette faglie (ad esempio la faglia di S. Andreas negli USA nordoccidentali).

Questo movimento – per nostra fortuna di pochi millimetri all’anno in media – richiede energie spaventose. Il movimento spesso non è continuo ma procede per una serie di salti in avanti seguiti da lunghi periodi di stasi. Questi salti originano movimenti violenti nella crosta terrestre: i terremoti. L’energia di un singolo terremoto è più facile da calcolare: ad esempio le 7 scosse più forti registrate in Emilia nel 2012 hanno superato la magnitudine 5 ed hanno liberato circa 2 milioni di MegaJoule ciascuna, più o meno corrispondenti all’esplosione di una bomba atomica da 20 kTon (cioè a 20mila tonnellate di TNT).

Sappiamo che un sistema isolato non può fornire più energia di quanta se ne metta dentro. Per questo motivo, basta vedere quanto enormemente maggiore sia l’energia sviluppata da un terremoto in rapporto a quella utilizzata per il pompaggio dell’acqua nel sottosuolo nelle attività di fracking, per convincersi che il pompaggio di acqua non può produrli.

Il rapporto tra le quantità di energia messa in campo dalle azioni umane è incomparabilmente inferiore a quella messa in campo dai fenomeni naturali.

Questi movimenti della crosta terrestre non sono minimamente influenzabili (né arrestabili, né incrementabili) dalle attività umane. Qualunque cosa noi facciamo, la quantità di energia che si accumula e si rilascia per i movimenti tettonici non può essere modificata da alcuna attività umana o anche dalla somma di tutte le attività umane dall’Età della pietra in avanti. È un valore enorme, ed è assolutamente indipendente dalla quantità di energia con cui le aziende petrolifere pompano acqua nei giacimenti scistosi.

C’è, però, un collegamento diretto di causa-effetto tra il pompaggio e l’attività sismica. Questo è un altro fatto che non occorre dimostrare, perché è già noto ed accertato.

Quello che può modificarsi col pompaggio è la velocità di rilascio, per “lubrificazione” delle faglie. Indipendentemente dagli esseri umani, questo stesso meccanismo di lubrificazione è già in azione, sempre su scala incomparabilmente più grande e da centinaia di milioni di anni, nelle faglie che scorrono fra loro sotto il mare o in prossimità di grosse masse d’acqua.

In tutti questi casi, non si tratta di “produzione” di terremoti ma di “induzione”. Cioè, prendendo in considerazione un periodo di tempo molto grande, l’energia rilasciata dai terremoti rimane costante, ma le attività di fracking (e su scala enormemente più grande la presenza di mari in prossimità delle faglie) fanno sì che nella roccia si accumuli meno energia di deformazione prima che questa venga rilasciata con un terremoto. In questo modo, viene rilasciata energia in modo più frequente con terremoti di bassa intensità invece che con un numero minore di eventi sismici, più rari ma più catastrofici.

Questo non significa certo che il fracking sia benefico. Semplicemente, su scala geologica, contribuisce in misura quasi nulla alla lubrificazione naturale prodotta da oceani, mari e grandi laghi e, così come questi ultimi, non influisce per niente sulla quantità totale di energia liberata dai terremoti in tempi geologici.

Ah, dimenticavo: in Italia non sono mai stati scoperti giacimenti scistosi di petrolio o gas di dimensioni decenti, quindi né in Emilia Romagna né nel resto dello stivale si è mai praticato il fracking.

I demagoghi più accaniti cercano di confondere col fracking una saltuaria stimolazione tramite fluidi pressurizzati in uso nei giacimenti convenzionali dal dopoguerra. Durante la normale coltivazione di un giacimento può capitare che si inietti “una tantum” una modesta quantità di acqua (qualche decina o centinaio di metri cubi) per smuovere un po’ gli idrocarburi ed aumentare la produttività. Tutt’altra cosa rispetto al fracking.

Luca Longo – Ricercatore

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Fabio Fornara

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