Climatologia Slider — 02 dicembre 2016

Gli studiosi della James Cook University di Townsville confermano: si tratta di una moria di coralli senza precedenti. L’area più danneggiata nella parte settentrionale.

L’ALTA temperatura degli Oceani ha causato danni su buona parte della Grande Barriera. L’allarme lanciato ormai da mesi trova conferma nel nuovo bilancio tracciato dal Centro per l’eccellenza degli studi sul corallo (Australian Research Council Centre of Excellence for Coral Reef Studies): almeno 700 chilometri di coralli dei 2.300 di reef australiano considerato patrimonio dell’Umanità dall’Unesco sono stati progressivamente ”uccisi” dal riscaldamento globale negli ultimi nove mesi.

Il fenomeno dello ”sbiancamento”, causato dall’innalzamento delle temperature soprattutto tra febbraio e aprile, ha danneggiato in particolare i settori settentrionali della Grande barriera, alterando l’ecosistema corallino. All’origine della decolorazine è l’assenza dell’alga Zooxanthellae, fondamentale per la sopravvivenza dei coralli, che viene espulsa: così muore lo scheletro di carbonato di calcio che va a formare il corallo, andando a perdere la tipica colorazione rossa.

”Il corallo è stato letteralmente cucinato”, spiega il professor Terry Hughes, responsabile dello studio che ha guidato la ricognizione. Il cambiamento climatico rappresenta una tale minaccia alla Barriera, che l’ex direttore dell’Authority del parco marino della Grande Barriera Corallina, Graeme Kelleher, che è stato in carica per 16 anni, ha invocato la messa al bando di ogni nuova miniera di carbone. “L’Australia non può avere una Grande Barriera Corallina in buona salute e allo stesso tempo continuare con l’industria del carbone”, ha detto alla radio nazionale Abc.

Fenomeni simili si erano già verificati nel 1998 e nel 2002, ma mai di questa portata. Secondo gli studiosi, le conseguenze di quanto accaduto negli ultimi mesi potrebbero essere devastanti nei prossimi venti anni. E’ questo il tempo stimato necessario per riguadagnare i coralli perduti nella regione settentrionale, ma gli scienziati temono che un quarto successivo evento di sbiancamento possa rallentare il lento recupero. Più contenuti invece i danni riportati nei due terzi meridionali della barriera, che includono le maggiori aree turistiche a sud di Port Douglas, attorno a Cairns e all’arcipelago di Whitsundays, perché protetti dalle alte temperature del mare grazie ad acque più fresche provenienti dal Mar dei Coralli.

Fonte: www.repubblica.it110019495-7309a87a-abc6-44d7-89cf-b1dec7cb1652

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fabio porro

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