Climatologia — 01 Giugno 2016

Dagli scenari di cambiamento climatico nei prossimi decenni qualche spunto di riflessione sull’evoluzione del rischio tornado in Italia.

Il recente tornado (assai probabilmente un landspout, ovvero un vortice non associato ad un temporale a supercella e quindi ad un mesociclone) che ha colpito nella giornata del 23 maggio una piccola area territoriale del milanese, offre uno spunto di riflessione su come potrà cambiare l’incidenza di questi fenomeni su piccola scala sul nostro territorio. Occorre anticipare che la risposta non è affatto semplice, proprio perché più si riduce la scala alla quale agiscono determinati fenomeni, più è difficile tentare di stabilire correlazioni legate al climate change; tuttavia è possibile articolare qualche congettura in base alle dinamiche che sono favorevoli all’innesco di questi piccoli ma pericolosi vortici.

I tornado sono in aumento?

Non è possibile fornire una risposta certa. Non esistono osservazioni con buona copertura territoriale e su di un periodo sufficientemente lungo, anche perché il tornado è uno di quei fenomeni che viene segnalato o visivamente od attraverso le informazioni fornite dai radar. Se, ad esempio, per le temperature e per le precipitazioni abbiamo i termometri ed i pluviometri, non esiste il “tornadometro”, dunque questo è già un primo ostacolo. L’apparente maggior frequenza di tornado può essere condizionata dai mezzi che la tecnologia ci mette oggi a disposizione (radar, cam, webcam, cacciatori, appassionati, etc.), oppure dai mezzi di informazione che però spesso scambiano per tornado fenomeni che non lo sono (ma questo accadeva anche in passato), dato che deve essere accertato e verificato il moto vorticoso dell’aria.

Insomma se quarant’anni anni fa un tornado della durata di pochi minuti interessava una zona remota, e quindi sfuggiva al monitoraggio, oggi è quasi impossibile che ciò accada, pertanto tale aspetto può erroneamente far pensare che essi siano effettivamente in forte aumento.

L’Italia è un paese a rischio tornado più elevato di quanto si possa pensare (vedi immagine allegata, fonte: ESWD). Occorre precisare che i dati nella mappa dedicata comprendono anche i fenomeni non mesociclonici come landspout e waterspout (trombe marine frequenti su coste). La maggior densità di tornado mesociclonici si osserva su Piemonte, Lombardia, Friuli, Veneto, Emilia, Salento, Sicilia ed in genere lontano dai rilievi.

La eventuale tropicalizzazione del clima può incidere su frequenza ed intensità dei tornado?

La risposta è no. Il tornado infatti non è un fenomeno tipico delle zone tropicali. I tornado, specie quelli mesociclonici, sono infatti una caratteristica delle medie latitudini.

E’ proprio a queste latitudini che si possono combinare quei fattori che portano alla formazione di un temporale a supercella, a cominciare dal più importante, ovvero l’interazione a breve distanza tra masse d’aria assai diverse, una calda, sia di tipo umido che di tipo secco, ed un’altra più fredda; aggiungendo inoltre gli effetti del passaggio della corrente a getto alle alte quote che riveste un ruolo di una certa importanza (vedi immagine sul iet-stream).

Ai tropici, per definizione, non c’è la massa d’aria fredda che permetta quel livello di shear del vento (brusca variazione in direzione e velocità sia sul piano verticale che su quello orizzontale) grazie al quale una corrente ascensionale può ruotare su sé stessa, anche se non si può escludere l’innescarsi di qualche tornado (non mesociclonico). In ogni caso i tropici non sono la patria dei tornado.

Dunque, teoricamente, una tropicalizzazione del clima dovrebbe portare ad una diminuzione dei tornado e non ad un loro aumento.

In tema di riscaldamento globale subentra però un’altra riflessione, la quale chiama in causa due dei principali “ingredienti” per avere temporali particolarmente severi e talora forieri di tornado: Il primo è rappresentato dall’energia potenziale convettiva disponibile (CAPE) ed il secondo dal cosiddetto windshear.

Il CAPE facilmente tende ad incrementarsi, specie nei primi 2000 m di quota, all’aumentare di temperatura ed umidità relativa nei bassi strati, evenienza tipica delle forti ondate di caldo primaverili e soprattutto estive. In pratica, più fa caldo è più l’aria è umida, più facilmente il CAPE è elevato.

Lo shear nel campo del vento  dipende da molti fattori, alcuni di essi legati all’arrivo di onde depressionarie tipiche delle medie latitudini con contrapposizione di masse d’aria sub-tropicali e polari assai diverse tra loro, al passaggio di quei velocissimi fiumi d’aria che scorrono ad alta quota e che come il letto di un torrente trasportano le perturbazioni, al contrasto tra l’aria fredda prodotta dagli stessi temporali con aria molto calda ed umida pre-esistente, oppure alla presenza di rilievi o di una orografia assai complessa. Questo ultimo aspetto è quantomai importante: infatti la nostra penisola è assai ricca di rilievi e la loro presenza ed alternanza con le aree pianeggianti modula sensibilmente la circolazione dei venti, determinando spesso condizioni di elevato windshear nei bassi strati. Basti pensare alla pianura padana incastrata tra le Alpi e l’Appennino settentrionale ed aperta al mare Adriatico; tutti questi fattori favoriscono spesso condizioni di windshear sui bassi livelli pressoché uniche. Tanto è vero che ad esempio nella Tornado Alley (Stati Uniti, la patria dei tornado) abbondano windshear e CAPE con fenomeni spesso molto violenti.

In Italia le condizioni sono invece diverse: più spesso molto windshear e poca energia convettiva disponibile, a parte nel caso di intense invasioni di aria nord africana (ma di questo si tratterà in altra occasione). Insomma nel nostro paese in genere l’instabilità termodinamica (CAPE) non è generalmente così importante come negli altri paesi (USA e Europa continentale), e la nostra condizione è più affine a quelle che si verificano in Grecia ed Inghilterra, anche se proprio la pianura padana presenta qualche analogia con le aree continentali del centro Europa (vedi figura allegata “supercell alleys of Europe”). Sempre in Italia la complessa orografia (Alpi, Appennino, profili costieri) tende a forzare sensibilmente lo shear nel campo del vento di basso livello, con incremento dei valori di elicità (tendenza dell’aria ad invorticarsi salendo di quota) 0-1 km e/o 0-3 km, ritenuti importanti nell’innesco di tornado.

Ma veniamo al dunque: cosa attenderci in futuro in merito al rischio tornado?

I modelli di clima ci offrono due spunti principali:

– Le temperature medie in futuro sono destinate ad aumentare ulteriormente, con segnale particolarmente forte nel periodo estivo, cosa che già i dati dell’ultimo ventennio confermano –

– Sarà probabile una risalita verso latitudini più elevate della corrente a getto d’alta quota a causa della maggiore invadenza verso nord della fascia delle alte pressioni sub-tropicali, ed anche in questo caso il segnale è già riscontrabile-

Ciò si tradurrebbe in una maggiore quantità di energia termica disponibile (CAPE) a causa dell’aumento delle temperature, ed in una minore quantità di windshear a causa dello spostamento medio verso nord della corrente a getto ed in genere del flusso perturbato occidentale.

Attenzione però: dal momento che i processi legati al windshear, in particolare ai livelli medi e soprattutto bassi della troposfera, vengono forzati su gran parte della nostra penisola dalla presenza dei rilievi, profili costieri e pianure, e dall’interazione di essi con le correnti prevalenti che si instaurano durante i periodi di instabilità, dobbiamo mettere nel conto la quasi certezza che questo parametro possa rimanere stabile (a meno che non si spostino le montagne!), e quindi rivestire sempre un importante ruolo nell’innesco di tempeste severe.

Insomma, potremmo passare da un mix “poco CAPE molto windshear” come quello del passato, ad un mix “molto CAPE molto windshear”, il che si tradurrebbe essenzialmente in una frequenza grosso modo stabile di eventi tornadici, specie non supercellulari, ma con un aumento di quelli violenti.

Si tratta di poco più che semplici ipotesi; non ci resta quindi che attendere cosa effettivamente accadrà nei prossimi anni per verificare se esse troveranno corrispondenza.

Fonte: www.meteogiuliacci.itTornado%20milano

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fabio porro

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